Le donne della Birmania

La Birmania è al collasso. Il regime spara sulla folla inerme, sotto gli occhi del mondo. Per attirare l’attenzione su tutto quello che sta avvenendo al suo paese, Htar Htet, l’ex Miss Myanmar, ha posato lo scettro per abbracciare il fucile.

Ora è tempo di combattere” scrive sul suo profilo twitter, dove posta le sue foto in mimetica e si fa portavoce dei soprusi che l’esercito militare sta compiendo contro la democrazia.

Htar Htet, da Miss Myanmar a guerrigliera per la resistenza del suo paese contro la dittatura

Non importa se abbracci un fucile o una penna, tutti possono contribuire alla causa”.

Htar Htet aveva rappresentato il suo paese durante un concorso di bellezza nel 2013 in Thailandia. Incoronata reginetta  aveva iniziato la sua carriera di attrice diventando un personaggio pubblico molto seguito. Grazie alla sua passione per il fitness scelse di diventare un atleta e oggi trentaduenne, istruttrice. Ma da qualche mese è scesa in guerra contro la dittatura militare, che ancora una volta vuole governare il suo paese. A dimostrazione che la bellezza può essere attiva, i suoi followers diventano sostenitori di pace e si apprestano a diffondere le foto e i messaggi che nonostante la censura riescono a trapelare dai social.

Ricordiamo che dopo 50 anni di dittatura militare in Birmania, nel 2010 si era instaurato il governo civile e scarcerata la leader democratica San Suu Kyi. Vinse le elezioni nel 2012 e poi nel 2015, considerate le prime vere elezioni libere dal 1962. Ha speso la sua vita per i diritti di libertà ma indubbiamente gli anni di prigionia hanno offuscato la sua mente e in seguito è stata molto criticata per essere stata incapace di proteggere il suo popolo dalla tirannia militare e in particolare per come ha affrontato la situazione della minoranza Rohingya. Rimasta in carico fino al golpe militare del 1 febbraio 2021, San Suu Kyi è tornata nuovamente in carcere. Ad oggi i morti sono più di 800 e le incarcerazioni più di 4000, ma la gente non si arrende. La resistenza popolare chiede la scarcerazione della loro leader e studenti di ogni età combattono per la libertà. La guerriglia è del tutto squilibrata, da una parte, il popolo, che si fa scudo con le fionde e il proprio corpo, dall’altro i militari armati che compiono crimini atroci e violazione dei diritti umani.

Htar Htet, non è l’unica, le donne in Myanmar stanno avendo un ruolo di primo piano in questa battaglia che le vuole vedere fuori dalla società. Molte sono leader delle proteste, altre fanno parte delle équipe medica di volontariato, altre riempiono le strade, i cortei, sfidando l’esercito composto di soli uomini. I bollettini testimoniano che la maggior parte delle vittime sono donne e la repressione non risparmia neppure i bambini. Tantissime sono state arrestate e il timore è che molti dei loro diritti acquisiti in questi anni, grazie anche alla loro portavoce San Suu Kyi, vengano di colpo cancellati dai dittatori militari. Esercito accusato ancora oggi di perpetrare stupri di massa sull’etnia Karen – una minoranza stanziale nel sud della Birmania – e che anche in passato ha inflitto omicidi, torture e stupri. Anche le religiose, le suore sono in prima linea in questa battaglia, fornendo supporto morale, spirituale, ma anche materiale. Incoraggiano i giovani a manifestare stando al loro fianco, facendo anche da mediatrici donando tutto quel che possono. Hanno fatto il giro del mondo le foto della suora inginocchiata davanti alla polizia mentre li supplicava di non sparare sui manifestanti pacifisti.

In Birmania, trecento città su trecento trenta sono scese in strada formando comitati per la resistenza al golpe di febbraio. Nelle campagne invece, sopratutto ai confini con la Thailandia, si consuma un calvario quotidiano per migliaia di sfollati, la gente è costretta ad abbandonare le terre per i rastrellamenti e i bombardamenti. Nonostante la maggior parte della popolazione viva in uno stato di povertà, il paese possiede importanti miniere di giada, petrolio, gas, minerali e oppio. Questi interessi economici e culturali coinvolgono importanti paesi, che non fanno nulla per liberare la Birmania, riportandola indietro di 10 anni in una fase di involuzione autoritaria e abbandono. 

La comunità internazionale e l’ONU rimangono immobili, ma niente sta fermando la Resistenza, anzi, la repressione ha scatenato un “processo rivoluzionario” che ha portato tutti in strada a protestare per difendere i loro diritti.

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